Author Topic: La vita al Castello  (Read 1617 times)

Isabella Este

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La vita al Castello
« on: 14 May, 2012, 01:39:08 PM »
Quanto tempo era passato da quando Isabella era stata inviata dall’amatissimo e compianto genitore alla Corte di uno dei più gloriosi Reggenti che l’mondo avesse mai conosciuto… e quanta acqua aveva fluttuato per quel lungo e agitato fiume che era stata la sua vita…

 Ricordava d’esser giunta ad Urbino con gli occhi arrossati dalla gelida tramontana invernale, che sferzando col  pungente soffio lo delicato viso di giovinetta, era andata infilzando durante il tragitto il suo sguardo innocente come tremendi aculei affilati.

La città le parve tetra e angusta avvolta da quello fitto strato di nebbia che lasciava respirare solo le vette degli edifici più elevati.
Perché mai l’amato genitore l’avesse voluta inviare proprio lì, sul baratro che divideva la vita con la morte, per essere educata alla vita di Corte, restava cosa ignota e incomprensibile e lei proprio non se lo andava  spiegando.

Pianse lacrime amare e sanguigne quel giorno …  lo ricordava ancora… per lo sconforto di risiedere lontana dalla sua famiglia, ma quando poi si ritrovò al cospetto di chi l’avrebbe a lungo ospitata l’angoscia si trasformò in quiete.
Le era stato chiesto di attendere e così aveva fatto.

L’uomo le si prestò innanzi d’improvviso, uscendo da una porticina ch’a vederla non si sarebbe detta giusta per misura nemmeno al varco di un bambino… cosa ci fosse dietro quel  misterioso soglio le fu dapprima sconosciuto, ma il dì che anch’ella fu onorata di potervi accedere comprese quanto l’opera dell’uomo potesse a volte approssimarsi  alla magnificentia dell’Altissimo.

Una barba folta ma ben curata incorniciava mento e bocca. Due occhi scuri come la pece e dai riflessi di madreperla mostravano uno sguardo deciso ma benevolo. La sopravveste che indossava, d’una seta così ricercata che Isabella non aveva mai ammirato prima, era di color marron bronzato e blù cangiante. Le maniche ampie a sbuffo, s’andavano restringendo al gomito per poi aderire strette fino al polso dove sbucava un raffinato volant di pizzo della camicia sottostante. Il colletto rigido s’accostava al mento per poi spaccarsi a  fornire un’ apertura  che proseguendo  giù sul petto,configurava una fessura  arricchita da preziose chiusure bronzee. La vita era cinta da una tela  delicatamente ricamata che si chiudeva sul davanti con una fibbia del medesimo colore dei bottoni. La veste poi s’allargava a spicchi alternati per sfumatura, fino a mezza gamba e lì s’arrestava a mostrar gl’arti inferiori avvolti da pantaloni di  leggerissimo cuoio finemente lavorato. Due anelli d’egregia fattura infine ornavano gl’indici di quelle belle mani che avevano già causato svariate morti.

Era dunque quello uno degli uomini più temuti e ammirati dello mondo conosciuto…avrebbe dovuto abbassare lo sguardo e l’ capo per il timore che la sua leggenda aveva fornito di lui ed in segno di riverenza verso il suo futuro mentore , ma Isabella, talmente affascinata da quella visione, rimase con gli occhi sgranati a fissarlo.

Il cuore le balzò letteralmente alla gola quand’anche Egli le sorrise...
Si trovava di fronte Oddantonio Montefeltro  il Granduca di Urbino.

Era il Gennaio del 1299 quando Isabella, appena quattordicenne, giunse a quella Corte ed erano passati 13 anni da quel lontano giorno....
" Il mio segreto è una memoria che agisce a volte per terribilità"

Isabella Este

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Re: La vita al Castello
« Reply #1 on: 16 May, 2012, 01:32:26 AM »
In quei pochi anni, che invero le  sembravano mille e mille, eventi tragici e lieti, atroci e gioiosi, mesti e lieti le si erano parati avanti facendo della sua vita una frenetica giostra senza fine.

 Come una bimbetta su un possente destriero sfuggito di mano allo negligente stalliero, che dopo la folle corsa s’appresta a rallentare il passo, fornendo l’illusione di voler proseguire  al più quieto trotto, esso riprende inaspettato il galoppo ancor più violento di prima facendole schizzare il core in gola, l’esistenza  s’apprestò in un vorticoso viaggio dall’ignota meta.
I primi anni trascorsero in totale serenità. Isabella si affacciava alla vita di adulta inconsapevole del ruolo che avrebbe ricoperto nella vita di quel Regno e di quella di Oddantonio.

Far crescere la città, donando ogni suo sforzo a quella causa divenne la sua unica ambizione.

Lo studio, l’apprendimento e l’allegria di quella gente che sentiva ormai come la sua famiglia le colmavano le giornate che passavano in fretta mai una uguale all’altra. Poi l’inizio delle sventure.

Talune di esse le avevano provocato un dolore così profondo che le ferite tutt’ora potevano dirsi ancora sanguinanti.
Dapprima la morte della sua adorata figlia Violante e a seguire quella del Santo Padre Anselmo Benvenuti al quale era devota come ad un Santo.
Poi la dipartita straziante dell’amato Cardinale Oraf Rosacroce che fu per lei più di una guida…più di un confidente... più d’un fratello… e il lungo periodo di isolato lutto durante il quale dovette combattere contro sé stessa per non lasciarsi morire d’inedia.

Il crudele fato  non pago, volle sottrarle infine anche il suo grande amico Alessandro Hohenstaufen che lasciò prematuramente questa terra per una improvvisa malattia. Allo strazio si sommò l’odio e la rabbia nel vedere che l’eredità da lui lasciata veniva adoperata dai suoi legati per sostenere i crimini di chi era salito al Soglio Pontificio dopo Anselmo: Leone Gregorio I, il flagello dell’umanità.

Nel frattempo la sua famiglia, quella un dì Nobile degli Este, era andata  pian piano disgregandosi per le scelleratezze dei suoi fratelli che, pur rivestendo incarichi Ecclesiastici, s’erano occupati più di arraffare potere a destra e a manca che della salvezza delle pie anime bisognose e l’avevano miserevolmente abbandonata allorché ella manifestò il suo disappunto.
L’ulteriore sconvolgimento nell’apprendere che quella Chiesa, cui era stata fedele e devota fin dalla nascita, s’andava insozzando con lurdume inaudito sottraendo quei pochi averi che possedeva   a chi intendeva avvicinarsi al sacerdozio, fu la fine del suo Credo.

Poi le barbare guerre e gli attacchi scellerati alla sua città. Non una, non due, non tre volte ma ben quattro, Urbino fu messa a ferro e fuoco per pagar pegno d’essere stata vicina alla Chiesa Romana… quella Chiesa che con un alito di vento era stata poi spregevolmente spazzata via.

Infine i giorni angosciati di Oddantonio cui ella partecipava con segreto strazio.
Mai si faceva veder desolata o rassegnata quando lui le urlava contro la rabbia per le angherie subite da gentaglia infame che subdolamente, come viscide serpi striscianti nella  putrida melma da cui traevano unica linfa, tramava contro di lui per invidia o per vendetta.  Nell’intento d’ essergli di conforto, per non abbatterlo ancor di più  cercava di rasserenare il suo animo come meglio poteva e sempre col sorriso sulle labbra, mentre il cuore tacitamente s’infrangeva in mille pezzi per il dolore.
Tanti bei momenti però s’erano andati alternando durante quegli anni a tali sciagure e quegli attimi avevano concesso alla donna di rinvigorirsi per poi poter affrontare con rinnovata lucidità e determinazione le ulteriori prove che l’Altissimo le aveva riservato.

La presa di Roma le fece assaporare il piacere di un sentimento a lei finora ignoto: la vendetta.
Fu uno dei giorni più felici della donna e insieme a Oddantonio festeggiarono allegramente per due giorni consecutivi. Il Male aveva avuto la sua bella lezione e si era dovuto ritirare in solitaria riflessione. Era l’attestazione che la mano potente del Supremo era ancora in grado di portar giustizia laddove lo libero arbitrio della feccia umana sapeva creare solo caos e disonore.
Un giorno il maligno si sarebbe riaffacciato alla loro porta, ma essi, ormai paghi, l’avrebbero affrontato senza più nessuna paura. Ormai nulla avevano più da perdere.

Ora Isabella aveva ventisette anni… ventisette anni che  pesavano sulle  sue spalle  come un gigantesco macigno di travertino che, estratto dalla cava da mani insanguinate per il duro scalfire, viene lavorato in una  silenziose et inerme colonna portante di un maestoso edificio… Urbino.
Fortunatamente non s’era ritrovata sola a sorreggere quel pesante tetto perché tante persone l’avevano sostenuta ed aiutata , primo fra tutti Oddantonio che mai, mai, le aveva fatto mancare a sua volta quel sostegno e quell’affetto, che anche se ormai non più detto a parole, traspariva da ogni sua azione e considerazione. Entrambi avrebbero dato la vita l’uno per l’altra. Entrambi ne erano silenziosamente consapevoli.

Questa era stata la vita di Isabella.

A volte si ritrovava sola nella sua stanza a pregar l’Altissimo di sottrarla a quella ingiusta sorte… ma poi allungando lo sguardo alla finestra e vedendo la sua città…una città tuttavia sana, viva e florida, lo ringraziava per averle concesso ancora di vivere.
Fino a che un solo suddito avesse avuto bisogno di lei… fino a che ci fosse stato un nemico da combattere ….fino a che Oddantonio fosse restato in vita, Isabella sarebbe rimasta al suo posto e tra sorrisi e lacrime  sarebbe andata avanti senza timore.
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Re: La vita al Castello
« Reply #2 on: 18 July, 2013, 01:01:29 AM »
Le stagioni s’alternavano velocemente.

 Lunghi mille inverni avevano lasciato il posto al tepore primaverile che scaldava le gote e i cuori degli amori giovanili. E poi le calde estati, colorate di verde bosco e giallo grano, che tanta allegria sospingea tra la gente d’Urbino. E ancora l’autunno che facea cader le foglie dai rami ricurvi della boscaglia appenninica e che accarezzate dal vento ottobrino, si facean trasportare a giravolta fino alle porte di un altro inverno uguale al precedente…

Di stagione in stagione la vita di Isabella trascorreva come quelle foglie caduche che sempre sapean da dove iniziasse il loro viaggio e mai conoscean però la finale destinazione, così lei ad ogni alba s’apprestava a ragionar su quanto avrebbe dovuto far quel dì, per poi ritrovarsi al vespro a considerar che la metà delle faccende erano rimaste indietro per dar giusto accoglimento ad una terza parte di ingombri che s’era palesata  solo a mezzo dì sparigliando tutti i suoi bei propositi mattutini.

Se da un canto l’affaticamento finale era logorante, dall’altro non potea mai dir d’aver trascorso una giornata noiosa… le due facce della medaglia s’offrivano a lei contemporanee e ciò risultava linfa per il suo andare… andare e tornare, fare e ricapitolare, progettare ed edificare, parlare e tacere.

Finalmente il tramonto poneva fine ai suoi deliri per dar consono luogo a ciò che più per lei contava
Di sera  infatti si ritirava in privata conversazione col Suo Signore

Mentre lui narrava di persone e luoghi e circostanze varie dei propri uffizi quotidiani, a volte le parea di scorgere una ruga solcare la fronte di quell’uomo che per virtù ed esperienza poteva posseder più di cent’anni e che invece era ancora nel pieno del vigore giovanile.
Quel segno traverso contrastava con la rosea pelle liscia delle gote incorniciate dalla folta barba bruna e segnava in modo loquace la perversione di chi s’ostina a cavar sangue da un limone rinsecchito

E mentre lui discorreva e raccontava e conferiva e narrava e nel dire parlava ed insegnava… lei con l’udito ascoltava e con gli occhi si divertiva ad attribuir un nome ad ogni singolo segmento che componea quella rugosa linea che lo deturpava

Facendo un viaggio mentale si raffigurava la tanta gente gente che aveva varcato quella soglia invisibile del non ritorno e che approssimandosi a lui, chi con fare temerario, chi con incauta disinvoltura, chi con sciocca presunzione e chi con l’arte della lusinga o della seduzione, avea cercato invano di circuirlo, irretirlo e di trascinarlo nella trappola della loro misera personalità e dell’effimera convenienza.

La sfilata si presentava alquanto lunga e alla fine della conta Isabella riusciva ad accostare talmente tanti segmenti che per unirli tutti non bastava di certo la superficie interessata e così mentre lui  continuava a riferire, lei proferendo un gesto d’affetto, andava accarezzandogli la nuca per sentire se vi fosse anche sul retro il proseguimento di quel solco frontale… quello che trovava però era solo l’involucro di una materia grigia diversa da tutte le altre

E così sorridendo all’uomo ignaro dei suoi pensieri, terminava di ascoltare per poi congedarsi affinché una nuova alba potesse presto palesarsi a portare il nuovo giorno e con esso l'ineluttabile trascorrere del tempo..

Era così che trascorrea il suo tempo la Baronessa, un tempo ormai lungo ma mai opaco, un tempo ormai quieto ma mai piatto, un tempo ormai maturo ma mai estinto...
Un tempo da lasciare al suo stesso tempo.






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Re: La vita al Castello
« Reply #3 on: 16 May, 2016, 11:54:09 PM »
Pioveva quella mattina. Isabella si era alzata presto come al solito e come sua abitudine si era portata alla grande finestra che guardava ad ovest verso i monti che dividevano il Montefeltro dalle terre umbre.

Sebbene fosse ormai primavera inoltrata la stagione si presentava cupa e piovosa  ed il panorama riportava alla malinconia autunnale.

Rufus con un balzo saltò sul davanzale e imitò con lo sguardo la sua padrona, poi prese a fare le fusa come a rincuorarla. Era ormai vecchio quel gatto ma per Isabella era come un figlio tanto le era affezionata. Gli fece un grattino sotto il mento e lui allungò il collo per mostrare tutto il suo gaudio. La felicità era fatta anche di piccole cose.

Le strade sottostanti erano ancora semi deserte. In uomo alla guida di un piccolo carro colmo di legname, cercava di ripararsi dalla pioggia sistemandosi  alla meglio il cappuccio che però grondava acqua. Quanto lavoro, quanti sacrifici faceva quella povera gente che, instancabile, ogni giorno garantiva la sussistenza degli urbinati.
Isabella ogni volta sentiva il suo cuore colmarsi d’orgoglio e tenne a mente di elargire un sussidio a chi si era distinto per i servigi offerti al Regno.

In quei lunghi anni a differenza di quel panorama rimasto intatto, la vita aveva  visto il susseguirsi di mille eventi che avevano ribaltato il suo stato d’essere e quello di molte persone vicine a lei, compreso il Re.

Il Regno di Urbino si era fuso con il Regno di Siena, Firenze, Genova e Cagliari ed insieme avevano costituito il Regno d’Italia di cui Urbino era oggi Capitale.
Il resto degli italici, esclusa la Sicilia, ancora osteggiavano il Montefeltro e non mancava giorno che ne escogitassero una, sostenuti dai loro compari, per diffamarlo, raggirarlo e prendersi gioco di lui. L’invidia come si sa è una corruzione dell’animo umano che si alimenta con la malignità e si mostra con l’immoralità e la disonestà. I Governanti di tali Regni si erano distinti per queste malsane doti affidando  le loro gesta alla pratica del male piuttosto che a quella della virtù.  Essi faceano branco per sentirsi grandi e i loro accoliti s’uniformavano come fiere randagie, per perpetrare quel danno che da soli non riuscivano a produrre per vigliaccheria.

I menestrelli di Corte di tanto in tanto s’affacciavano alla ribalta delle cronache con certi versi più tristi che gai.  Tra Strambotti e frottole, narravano di gesta altrui facendo della lirica una farce avvilente che mai per viltà rivelava il nome del soggetto preso di mira, ma che tuttavia  reclamava l’altrui onestà.
Le bravate erano rappresentate a modo ingannevole da un’oratoria farcita da mera retorica, che sfruttava per di più le prodezze d’altri per non poterne citare né di proprie né dei propri padroni.
Anche l’aulica prosa d’un tempo era andata a farsi friggere.

Isabella tra quei pensieri si toccò sotto le ascelle ancora indolenzite. I sintomi della pestilenza contratta per ben due volte nel giro di pochi mesi erano ancora evidenti, sebbene il gonfiore ai linfonodi e i segni lasciati dai bubboni  si stavano riassorbendo.

Quell’anno la gravissima infezione aveva colpito fortemente Urbino, ma grazie alle amorevoli cure di Madonna Costanza Gonzaga, che solitaria, si era prodigata per fornire ausilio medico ai tanti malati, nessuno era deceduto. Ancora era presente qualche caso pestilenziale, tuttavia il peggio parea esser passato.

Dopo una prima ondata di malattia, il morbo era andato riacutizzandosi per il passaggio di un in britannico ch’era andato a far visita, così s’era inteso, all’Ex Imperatore di Bisanzio tutt’ora domiciliato ad Urbino.

S’erano intrattenuti in qualche taverna a bere, riportavano le cronache  cittadine e sicché s’erano trasmessi il virus.

In pochi giorni il morbo s’era diffuso nuovamente e i malati avevano rischiato di morire giacché anche Dama Costanza era caduta ammalata. Gli Dei le vennero tuttavia in soccorso e ristabilitasi, seppur debilitatissima, emaciata e magra come uno stelo di papavero, aveva ripreso a curare le genti che da giorni s’erano accampate dinanzi al Tempio in attesa d’essere ricoverate. Mai ella pretese una sola moneta per i medicamenti che distribuiva, non guardando nemmeno di che nazionalità, né di che credo fossero i suoi pazienti.

Costanza Gonzaga era più di una sorella,più di una madre per la comunità, ella era la mano di quegli Dei, o di quel Dio chissà…che decretavano la vita e la morte per i terreni. La sua opera le avrebbe di certo riconosciuto la Santità.
Il Re la considerava come una figlia e come tale sarebbe stata trattata.


Quei giorni di pioggia non portavan con sé solo la malinconia di quei germogli che non riuscivano a sbocciare, ma furon accompagnati da un evento assai più disgraziato.

Giunse da Roma infatti una missiva da quel Pretore che dovea ristabilire i rapporti tra Regno d’Italia e Stato Romano avviati dapprima da Papa Anselmo III di felicissima memoria e poi affidati alla corrispondenza tra il Re Montefeltro e Fra Caracciolo da Ajaccio, Ambasciatore della Repubblica Romana.

Quel detto antico che riporta “Ambasciator non porta pena” fu smentito invero dallo stesso, in quanto non solo  lo iettatore portò con sé gravi pene, ma rinfocolò quell’astio che aveva gelato da tempo, i rapporti tra i due Regni.

Oddantonio la sera prima aveva confidato ad Isabella della lettera pervenuta da Roma. L’aveva messa a parte del contenuto e le aveva detto d’averla distrutta. Non voleva perderci più nemmeno un attimo della propria vita dietro quella gente aveva sentenziato.

I due però s’erano intrattenuti a fare delle considerazioni sulle parole a dir poco imprudenti  del Ferrazzani.

Il tipo si poneva con grande autorità verso il Montefeltro, quasi come quegli stolti, che incauti e inconsapevoli, pensano stupidamente di poter affrontar un titano a mani nude. Un Re, convennero, dovrebbe essere avvezzo almeno  a quel minimo sindacale per dichiararsi tale, conoscitore della disciplina diplomatica che è necessaria a spartir la vita privata da quella pubblica e a riconoscer quando è meglio tacere che spiattellare idiozie che possano causar lesione a sé medesimi e soprattutto all’altri. Ma codesta Virtù parea completamente scomparsa dall’attitudine di molti Regnanti che, solo perché protetti , erano soliti usar più la lingua che l’intelletto.

Nel mondo animale come in quello umano il capo branco si distingue per raccoglier su di sé ogni virtù  o dote che, più spiccata o variegata di altri esemplari, incarna l’ensamble di un perfettissimo soggetto ed il Pretore parea giusto per rappresentar sì magnificamente la vocazione dei suoi simili,  rendendosi degno gerente...

La conversazione si era conclusa solo a tarda notte quando il Re, categorico, aveva deciso di chiudere definitivamente quel penoso atto che lo aveva visto oggetto del tradimento più disonorevole della storia.

Pioveva  quella mattina ad Urbino quando Isabella si ritrovò a riflettere sui recenti avvenimenti e per un attimo pensò che non fosse poggia, ma lacrime versate da qualcuno che sopra di lei, le manifestava il suo dispiacere.

Fece un’ultima carezza a Rufus… un ultimo bacio sulla sua testolina morbida ed iniziò a vestirsi. Un altro giorno l’attendeva e non sarebbe stato ancora l’ultimo.
 





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