Author Topic: Dieta Reale di Urbino, Luglio 1315: Il Papa incontra i Regnanti Italici  (Read 9333 times)

Matteo Lubiani

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Il pontefice guardò le reazioni suscitate nei volti dei sovrani e nobili presenti in quella sala. Era proprio quello che voleva, che prendessero atto della situazione così com'era, che nulla venisse dato per scontato.
Apprezzò il discorso della Principessa, che disse liberamente ciò che pensava, anche se il pontefice aveva vedute diverse, per il bene della pace.
Re Borgia fu chiaro "noi siamo con Urbino".
Guardò re Christian convinto volesse dire la sua.
Attese qualche altro minuto e Alla fine, diventando il silenzio troppo assordante, decise di riprendere parola:

Alle Maestà e ai nobili tutti, visto il prolungarsi del silenzio sono a riprendere parola.
In merito a quanto detto dalla Principessa Isabella. Non comprendo per intero il vostro discorso. Voi dite che Ferrara è stata "liberata" ma poi dite che doveva chiedere il permesso ai regni Italici prima di unirsi a Roma. Mi chiedo: Ferrara era o no regno libero?
Sia chiaro, non voglio dare ne ragione ne torto a nessuno, ciò che voglio è la pace, e una pace vera sarà possibile solo se i popoli possono essere liberi di decidere autonomamente del proprio destino.
Inerente all'attuale re di Roma, Palmerino Caracciolo, lo si accusa di essere un usurpatore. Potrei sapere a chi ha sottratto il trono?
Io so per certo che re Caracciolo è amato dal popolo, romano, napoletano e ferrarese, eppure voi chiedete, contro il volere di tre popoli, che la scelta del re spetti a Urbino. Perdonate se sono a chiedere ulteriori spiegazioni, ma se potessi capire ve ne sarei grato.
Ora, se Re Caracciolo o il popolo romano hanno recato danno e/o offesa al regno, al sovrano e/o al popolo urbinate, sono certo che possa essere possibile una riconciliazione senza bisogno della guerra, intesa come scontro armato. Quindi cosa serve a Urbino per concordare e siglare la pace con il regno romano?
Su una alleanza teologica, non nego che avrei piacere nascesse, ma nulla impedisce a regni di credo diversi di siglare separatamente accordi. In tutta onestà se fosse possibile ricostituire la Invictus Italiae io ne sarei il primo a gioirne.


Il Papa torno a sedersi e attese che venisse proposta una condizione di pace, vera e duratura.

Nunzio Borgia

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Re Borgia ascoltò con molta attenzione le parole del pontefice e i dubbi non fecero che aumentare le sue perplessità, non sapeva se tali parole fossero uscite dalla sua bocca oppure da una sua chiacchierata con il Caracciolo.
Così prese la parola e rispose a Sua Eminenza: La questione di Ferrara è stata ben chiara fin da subito, solo in pochi non sapevano cosa era successo, se Voi siete tra questi, sarò ben lieto di illustrarvela.
Quando il Regno di Bisanzio era governato da Isauricos, lui stesso fece una campagna per ridurre il più possibile il potere di Oddantonio e tra questi era anche quella di tenere Ferrara per avere un appoggio in Italia e da lì attaccare e/o dare fastidio ad Urbino.
Qualche tempo dopo la caduta di Bisanzio, i Regni dell'Invictus attaccarono Ferrara, comandati da Oddantonio, per podestare Isauricos dal trono e liberare la città.
Tutto procedette per il meglio, Isauricos venne bandito dalla città e come premio, Oddantonio ebbe la possibilità di decidere LUI STESSO e nessun'altro chi doveva sedere sul trono, così fece e mandò sul trono una persona a lui "fidata".
Ferrara ora era una città libera, ma che rispondeva sempre al Regno di Urbino, perchè da lui era partito l'attacco per liberare il trono dal vecchio usurpatore.
La stessa cosa doveva succedere per il trono di Roma, Oddantonio aveva lanciato l'attacco per liberare la città dal precedente sovrano ed era lui stesso che avrebbe dovuto decidere chi doveva governarla, nel frattempo mise una persona qualunque, che doveva semplicemente mantenere il trono finchè non si sarebbe trovata una persona adatta.
E' qui che il Caracciolo, senza il volere di Oddantonio, si mise d'accordo con il precedente Re di Napoli e con il precedente Re di Roma per diventare lui il nuovo Re. Da qui è nato il problema, il Caracciolo ha usurpato il trono a Oddantonio, perchè era lui che doveva decidere chi doveva prendere quel trono.
Tutti sono capaci di farsi amare dai propri sudditi, ma non tutti sono capaci di prendere decisioni importanti per il proprio Regno.
Per quanto mi riguarda, una persona che tradisce i propri compagni e prende un trono non suo, non può essere trattata come tutti gli altri, quindi per come la penso, la guerra è l'unica medicina possibile. Oppure il Caracciolo deve lasciare il trono e andarsene in terre così lontane che neanche la mappa di ME può arrivare.

Dopo aver risposto al pontefice, Re Nunzio guardò gli altri Reggenti in attesa di una loro risposta, si chinò di fronte al Pontefice e si mise di nuovo a sedere.


Christian Doria

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Dopo essersi schiarito le idee il Re decise di prendere parola alla fine dell'intervento del Re di Milano.

Santità, Altezze reali, Vassalli et Consiglieri è con somma gioia che Noi Christian Doria, legittimo Re di Siena partecipiamo a questa Dieta straordinaria. Nelle nostre intenzioni questo ritrovo di cosi tanti illuminati sovrani ha lo scopo di riunificare l'italia e spazzare via gli intrighi ,i veleni e i tradimenti passati. Con questa intenzione abbiamo lasciato Siena alla volta di Urbino e ci siamo seduti a questo tavolo per discutere del futuro non solo dei nostri singoli regni ma di tutta l'italia e dell'europa.

Finita la sua breve introduzione il re prese fiato e ricominciò a parlare

Come ben saprete quando la Invictus cesso di esistere, la nostra persona era in oriente ed è ritornata in italia solo in seguito per ereditare, come da volontà del precedente sovrano, il regno di Siena. Per diritto ereditario e di matrimonio abbiamo ereditato et unificato in una cosa sola anche i regni di Genova e Sardegna portando avanti proprio quell'idea di unità e prosperità che a nostro avviso deve essere alla base dei progetti futuri.

Noi pensiamo che sia ora di riunificare finalmente la penisola per poter mostrare agli altri regni la vera potenza italiana che per volontà di alcuni non si è mai riuscito a mostrare.

Per fare questo però è necessario che ogni problema venga affrontato e superato. L'ostilità dell'usurpatore di Roma, noto come Palmerino Caracciolo, è un problema che va affrontato e risolto una volta per tutte. Ci troviamo d'accordo con chi ha preso la parola prima di noi che l'usurpatore deve andarsene o saremo costretti ad allontanarlo noi per permettere alla penisola e alla Teologia di riunificare finalmente tutti.


Smise di parlare per dare tempo a tutti di concentrarsi su quello che stava per dire

Santità, Noi abbiamo un sogno, avere una penisola unita e prospera nel nome di Theos! E per fare questo lei deve staccarsi dai suoi legami terreni con chi governa illegittimamente Roma e aiutarci in questa ardua strada che abbiamo scelto.


Matteo Lubiani

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Il Pontefice non riusciva a credere a quello che sentiva. I sovrani che hanno avuto il coraggio di parlare, difendevano il diritto di vassallaggio di Urbino nei confronti di Roma e di Ferrara, dicendo che erano regni liberi. Come può un regno che non ha diritto di scegliersi la propria guida essere considerato "libero".
Inoltre, fra tutti quei sovrani presenti, la maggioranza stava solo a udire, come meri spettatori di un qualcosa che sembrava già deciso.
Il Papa non ci stava, non avrebbe mai accettato la guerra, non per soddisfare la bramosia di quello o dell'altro regno.
Re Nunzio iniziò il Papa Io conosco i fatti storici e sono a correggerla sulla successione degli eventi. Ferrara cadde prima dell'imperatore Isauriscos. Ma questo cambia poco.
Di scritto sul diritto di Urbino a scegliere i successori di Roma e Ferrara nulla è scritto. Poi se fra voi sovrani verbalmente o con accordi segreti avete deciso ciò questa è un'altra questione.

Il Papa prese fiato, guardò in modo severo re Christian e disse Re Christian, so bene di come avete portato alla rovina il glorioso regno di Gerusalemme, e vi ricordo che io stesso vi ho difeso da chi, all'interno del vostro attuale popolo, contestava la vostra sovranità. Già allora, fossi stato terreno nei confronti di Roma e del suo attuale re, come voi continuate ad affermare, avrei boicottato e non aiutato la vostra persona nell'unità col matrimonio da me celebrato, dei regni di Sardegna,Siena e Genova. Mi domando ora perchè in Sardegna regni la desolazione e chissà com'è ora la nobile Genova. Voi parlate di Teos, ma ignorate gli insegnamenti di Immanuel, e del Logos che lui ha costruito. Il Logos è l'unione della comunità teologica, rappresentata da Me da Voi e dallo stesso Caracciolo, poichè tutti siamo parte del Logos.
Parlate di una unione italica sotto Teos. Ma dimenticate che la metà dell'Italia è pagana. Seppur avrei piacere in una loro conversione so che ciò non avverrà con la guerra contro Roma. La invito a non nominare più il nome di Teos per giustificare guerre contro chicchessia.

Il Papa non poteva tollerare che Teos venisse usato per motivi così lontani dal Suo volere. Rivolgendosi ora alla Principessa Isabella, al Duca e a tutti i sovrani disse:
Se siamo qui oggi è per parlare di pace. Se questa pace è minacciata da re Caracciolo, ditemi in che forma e in che modo Roma, Ferrara e i regni Italici tutti possano tornare a confluire in una unica grande alleanza. Già tra Siena, Milano e Urbino credo stia nascendo una buona intesa, ma senza guerre, quali debbono essere le basi di una unione più grande?
In sostanza
  e qui iniziò a fissare il Duca Oddantonio cosa chiedete in cambio della pace? La sudditanza di Roma? O vi basta l'allontanamento del Caracciolo? era chiaro ormai cosa volessero, ed era inutile fingere nobili intenti in quello che era solo bramosia di potere. E poiché sia Re Nunzio che re Christian hanno fatto capire che solo Urbino poteva rivendicare diritti su queste terre, solo il Duca avrebbe potuto scegliere, al contrario dei suoi alleati, la via della pace e della giustizia.
« Last Edit: 30 July, 2015, 06:46:59 PM by Emanuele II »

(RIP) Isabella Este

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Il dibattito procedeva in maniera interessante e Isabella aveva ascoltato gli interventi seguiti al suo, con attenzione.  Era rimasta ammirata dal discorso di Re Nunzio.

Re Borgia era uomo di poche parole, tuttavia quelle che usava andavano dritte al nocciolo delle questioni mostrando con trasparenza e senza inganno quale fosse il suo pensiero. Non solo, Isabella nutriva una profonda stima per Re Borgia anche perché in tanti anni di conoscenza con il suo Signore, non aveva mai mancato di dimostrargli la sua lealtà, virtù a quel tempo, arbitrio davvero di poche, pochissime persone.

Erano seguiti quindi ulteriori interventi di Re Doria e del Pontefice e quando quest’ultimo finì di replicare, lei prese ancora la parola

Perdonate Santità se intervengo ancora – fece Isabella – ma forse in precedenza mi sono spiegata male.
Voi asserite che
: In merito a quanto detto dalla Principessa Isabella. Non comprendo per intero il vostro discorso. Voi dite che Ferrara è stata "liberata" ma poi dite che doveva chiedere il permesso ai regni Italici prima di unirsi a Roma. Mi chiedo: Ferrara era o no regno libero?
Sia chiaro, non voglio dare ne ragione ne torto a nessuno, ciò che voglio è la pace, e una pace vera sarà possibile solo se i popoli possono essere liberi di decidere autonomamente del proprio destino.


Quando parlo della liberazione di Ferrara mi riferisco alla Liberazione di quel Regno dalla Longa Manus  dell’Ex Imperatore di Bisanzio Michael Isauricos  che aveva con la sua spira, cercato di penetrare in territorio italico per allungare i suoi domini fin qua.
Non mi dilungherò sulle vicende di Ferrara, ma amo ricordare che Ferrara non fu libera né sotto il dominio bizantino né dopo, quando Re Oddantonio, per assecondare le pretese dell’ allora Regina di Sardegna  supportata da Re Alidosi, consegnò dopo la presa, il trono ferrarese nelle mani di tal Norberto Gonzaga, un Re che sebbene sconosciuto, ma presentato come attivo e  capace, in poco tempo trasformò Ferrara in una landa desolata  dove tante brave e collaborative persone perirono di inedia.
Quindi Santità , vedete che anche in quel caso non fu il popolo a decidere chi dovesse salire al Trono, ma accordi scaturiti dai patti che vennero siglati prima della conquista di Ferrara.  Re Oddantonio, vinta la guerra, aveva lui la possibilità di nominare il Sovrano, e ricordo che quel giorno Norberto Gonzaga non si fece trovare nemmeno pronto a salire al Trono, tanto che se non erro dovette salire pro tempore Alceste Capoferro per non lasciar l’assise reale alla mercè del primo  bizantino pronto a salirci, cosa che avrebbe vanificato tutta l’intera guerra di liberazione.
Vorrei, Santità che aveste potuto assistere a tutte queste vicende in prima persona, poiché ora  potreste guardare da un’altra angolazione gli eventi  e comprendereste  la realtà di tanti fatti per come sono accaduti e non per come vi son stati raccontati.
Non voglio dilungarmi oltre, quindi sarà Re Oddantonio a rispondere alla vostra successiva domanda e cioè


Inerente all'attuale re di Roma, Palmerino Caracciolo, lo si accusa di essere un usurpatore. Potrei sapere a chi ha sottratto il trono?
Io so per certo che re Caracciolo è amato dal popolo, romano, napoletano e ferrarese, eppure voi chiedete, contro il volere di tre popoli, che la scelta del re spetti a Urbino. Perdonate se sono a chiedere ulteriori spiegazioni, ma se potessi capire ve ne sarei grato.


" Il mio segreto è una memoria che agisce a volte per terribilità"

Matteo Lubiani

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Che forse il Pontefice avesse elogiato il precedente re di Ferrara? Che avesse detto che quel re è stato voluto dal popolo? No, non lo stavano proprio a sentire. Il Papa scosse la testa con grande dispiacere e maggiore fu il suo dispiacere quando la Principessa, anziché focalizzare la sua domanda su cosa volevano da Roma, sudditanza o allontanamento del Caracciolo, si tornò indietro, per ribadire ancora una volta il "diritto" di Urbino ad attaccare.
Principessa, la ringrazio per aver preso parola e aver dato ulteriori dettagli, ma non fa che confermare quello che già ho detto. Mettere un re non voluto dal popolo renderebbe le terre conquistate desolate, aride e improduttive. È proprio per questo che l'opinione del Popolo ha la sua importanza. E come ho detto, dei vostri accordi verbali o segreti nulla so, ma di certo nulla di pubblico è scritto.
Inerente alla mia domanda, vorrei che il Duca rispondesse all'ultima questione da me sollevata:  Cosa volete da Roma in cambio della pace, che accetti l'essere un regno vassallo o l'allontanamento del Caracciolo? Mi auguro si possa avere risposta a questa di domanda

Cosi detto il pontefice aspetto ancora qualche istante in piede, sempre osservando il Duca Oddantonio, che con mani giunte e sguardo pensieroso non si capiva se avrebbe risposto o trovato un espediente per aggirare la domanda. Ormai lui era l'unico a dire se ci sarebbe stata guerra o se era possibile la pace.
Alla fine il papa si sedette pregando Teos che consigliasse per il bene quell'uomo che avrebbe potuto segnare la fine dell'italia tutta.

Christian Doria

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Al sentire il discorso del papa, il re si senti inondare di collera. Aspetto prima di prendere parola per calmarsi, e l'intervento di Isabella gliene diede l'occasione.

Al termine dell'ultimo intervento del papa Christian Doria prese nuovamente la parola.


"Santità, trovo strano che voi Ci additiate come dei creatori di lande desertiche quando non sapete nemmeno ciò di cui parlate. Gerusalemme era un regno vuoto senza nemmeno un mercato, Noi e i nostri fedeli sudditi abbiamo costruito porti mercati taverne, castelli e caserme. Abbiamo reso un arido deserto in una città splendente dell'oriente. Cosa sia accaduto quando siamo tornati in patria questo non lo so ma vi assicuro che quando eravamo presenti noi i mercati erano pieni e c'era armonia tra i vicini tanto è vero che abbiamo stretto rapporti commerciali cosi floridi che i mercanti hanno richiesto di estenderli anche a Siena.

Tornando al motivo principale di questa discussione, Vorremmo ricordarvi che Theos non insegna ad usurpare troni, ne a collaborare alle spalle delle persone per rompere alleanze secolari come invece Roma sta facendo, con scarsi risultati a quanto pare.
Vorremmo poi ricordarvi che questa non è la corte di Urbino ma una Dieta tra regnanti di stati indipendenti e sovrani, continuare a dire che solo il Superbo Re Oddantonio possa decidere in merito sminuisce enormemente i Re qui presenti.Noi Ci auguriamo sia solo una svista e che non pensiate che siamo tutti sottomessi ad Urbino, perchè so che è quello che si pensa a Roma, ma vi assicuriamo che qui c'è solo una solida amicizia che lega i regni tra di loro per un bene comune.

Come Re vorremmo anche dirvi che un buon Re non può rendersi nemici tutti i suoi vicini per mero interesse personale perchè, come potete vedere voi stesso, questo porta alla chiusura dei commerci e delle relazioni diplomatiche e  piano piano renderà Roma vuota e senza vita. Noi vi consigliamo di rifletterci bene e di osservare gli eventi da esterno in maniera obiettiva per poter salvare Roma dal triste destino che il Caracciolo l'ha destinata."


Nunzio Borgia

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Re Nunzio ancora non riusciva a capire chi fosse bene dietro le parole del Papa, forse era veramente una persona che non sapeva nulla di cosa era accaduto a Ferrara e Roma o forse era semplicemente il Caracciolo in persona formato per parlare a noi.
Le parole che aveva pronunciato erano strane per un Pontefice, sembravano più riportate da altri, così senza indugi, prese la parola:

Carissimi Reggenti, tutti conoscete la storia di Milano da quando sono salito al trono fin ad oggi, ho iniziato la mia reggenza molto tempo fa, quando a Milano, come dice il Pontefice, era "arida e improduttiva", con poche persone a farne parte.
Ma ora, con forza, passione e pazienza l'ho fatta diventare molto prosperosa e ricca di risorse.
Il punto che mi piace sottolineare è proprio questo, se ad un suddito non piace un tipo di Re, ha due opzioni da poter scegliere, la prima è rivoltarsi, con il rischio poi di essere bandito dal Regno, oppure quella di andarsene da solo.
Eminenza, se volete veramente evitare una nuova guerra italica, fate domande concrete sul come poterla evitare e sul come potremmo giungere (Vi ricordo che qui riuniti ci sono i Regni di Venezia, Milano, Siena, Sicilia e non solo Urbino) a patti con il Caracciolo.
Perchè mentre noi parliamo, i miei uomini stanno forgiando armi e armature che saranno pronte a breve.

Re Nunzio guardò nuovamente Re Oddantonio, poi fece lo stesso con gli altri Reggenti e si mise di nuovo a sedere.


(RIP) Arthr Ritz

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Re: Dieta Reale di Urbino, Luglio 1315: Il Papa incontra i Regnanti Italici
« Reply #23 on: 03 August, 2015, 01:04:10 PM »

Arthr ascoltava con molto interesse le accuse che regnanti e Papa di lanciavano reciprocamente.
Discorsi che aveva sentito già tante volte in passato che lasciavano intuire che i vecchi e nuovi rancori non erano ancora stati superati neanche con l'intermediazione del Santo Padre.

Tutto questo portava Arthr alla noia, che doveva essere assolutamente nascosta per non turbare i regnati che gli avevano dato il privilegio di partecipare a questo storico evento.
Lui, per natura, era un uomo d'azione e preferiva "fare" piuttosto che "parlare e discutere" ed il perdersi in lunghe chiacchiere e giri di parole non facevano parte del suo modo di essere e agire.

Nella sua mente aleggiava sempre quel unico desiderio di vedere la penisola italica unificata sotto un unico vessillo e si chiedeva  se, vedendo tutti i regni italici seduti ad un unico tavolo, significava che i tempi potevano essere maturi per questo importante passo. Chi si sarebbe fatto avanti e chi avrebbe fatto un passo indietro per il bene della penisola? Questi erano i discorsi a cui auspicava di dover partecipare.

Arthr avrebbe voluto prendere la parola per  "provocare" i regnanti e "stimolare" la conversazione ma rimase seduto al suo posto in silenzio ad attendere che gli venisse rivolto l'invito a parlare.

Nunzio Borgia

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Re: Dieta Reale di Urbino, Luglio 1315: Il Papa incontra i Regnanti Italici
« Reply #24 on: 03 August, 2015, 05:38:34 PM »
Re Nunzio ascoltò il pensiero che Arthr stava facendo "tra se e se", si alzò in piedi e chiese a tutti se era possibile far parlare il Vassallo di Arborea, in quanto era convinto che potesse dare una mano a tutti con delle nuove idee.


(RIP) Oddantonio Montefeltro

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Re: Dieta Reale di Urbino, Luglio 1315: Il Papa incontra i Regnanti Italici
« Reply #25 on: 03 August, 2015, 07:42:04 PM »
Un caldo innaturale riempieva gli ambienti che, in tempi remoti, ebbero privilegio di ospitare tutte le menti più oculate della penisola italica e non solo. In questa stessa sala, mentre molti degli "illuminati" Regni che oggi abitano il mondo noto dovevano ancora sorgere, il Montefeltro aveva concluso trattati di fondamentale utilità per la sicurezza e lo sviluppo della penisola italica, aveva sì conosciuto persone degne di stima e di rispetto. Ricordava nitidamente che in quella fausta occasione, in rappresentanza di Genova giungeva Ugoberto Klausewitz, dalla trinacria Angelo Borgia, dalla Serenissima Astolfo Tizzoni; erano i tempi della Lega Italica.

Pur essendo il loco di antica fattura, mentre le parole dei presenti riempivano l'ambiente, Oddantonio non potette non levare ancora una volta lo sguardo all'ampia sala di pietra, ammirando i pregiati fregi che ne ornavano le colonne ed il soffitto. A guisa di alberi erano costruiti i pilastri, con ampi rami che si intrecciavano sulla volta della sala, ove al centro, era scolpita la grande aquila simbolo della famiglia Montefeltro. Al di sotto della volta, al centro della stanza, era posto un grande tavolo circolare che recava il medesimo stemma, questa volta decorato d'oro e d'argento, attorno al quale erano disposti il rosso seggio del Sovrano di Urbino, il bianco seggio riservato alle autorità religiose e con essi, altri intagliati dall'ebano, alcuni di essi recavano gli stemmi di Siena, Venezia, Sicilia e Milano. Inoltre, vi erano attorno al tavolo numerosi altri seggi di legno più chiaro, preposti ad accogliere altri uomini degni di fiducia, come vassalli o consiglieri.

Fermò poi lo sguardo sul vuoto seggio romano, non immaginava certo che, lentamente, molti baluardi di giustizia sarebbero divenuti vittime della sete di potere dei tiranni da uomini di pace vestiti, che l'errore, in questa luttuosissima era moderna, stesse sostituendosi alla virtù.

Oddantonio, comodamente seduto sul pregiato scranno, prestò massima attenzione alle parole che gl'illustri presenti spesero iniziando la Dieta. Attese poi che Venezia e Sicilia si esprimessero, si guardò attorno e quando fu chiaro che i presenti attendevano il suo intervento, Oddantonio ruppe il silenzio ed alzandosi, cominciò il suo discorso:

Illustri presenti, saggi Sovrani e custodi della fede, c'inorgoglisce poterci rivolgere a Voi, magni uomini e donne provenienti da ogni Regno meritevole di rispetto.

Il suo sguardo glaciale passò in rassegna gl'occhi di tutti, senza tralasciarne alcuno, poi continuò:

Ascolterete ora il nostro pensiero, dalla nostra viva voce nelle vostre orecchie, come il lontano lamento di un uccello o come il ruggito di un leone.

Voltandosi lentamente verso il Sovrano di Milano, proseguì:

Buon Nunzio, sin dai primordi, sin dai nostri primi contatti vi siete mostrato magno uomo, meritevole d'ogni stima e rispetto, cosicché appoggiammo la vostra causa sostenendovi sino alla vostra maturità, vale a dire, fino a quando poteste finalmente ascendere al trono milanese. Infatti niuno più di voi è degno di seder sul trono di Milano, il vostro operato, le parole coraggiose con le quali c'apostrofate, perché siamo ben consci che perseguir la via del vero infoltisca le schiere dei nemici, eclissano ogni ombra di ragionevole dubbio. Avete mostrato a tutto il mondo conosciuto d'essere un uomo ben diverso da colui che fece sprofondare il Casato Caracciolo nel fango, siete uomo di tutt'altra risma. Poi, da uomo d'onore siete divenuto amico, perché è cosi che ci piace considerarvi e la vostra gratitudine, virtù che in pochi ormai possiedono, perché molti, ottenuto ciò che volevano, celermente si scordano dei propri antichi benefattori, è il più grande dei compensi

S'interruppe un momento, bevve dalla pregiata coppa per dar sollievo alla voce:

Illustrissimi qui riuniti, siamo appartenuti per molte lune alla minoranza silenziosa poiché siamo di quei pochi giunti, con l'esperienza, alla conclusione che "le ciarle" non abbiano più nulla da dire ed attendiamo che i fatti prevalgano, talvolta lentamente, sulle parole. Solo questo infatti, può dissipare le tenebre che obnubilano alcune menti, diciamo alcune, perché non di rado, l'ostinazione di certi elementi capziosi, impedisce loro di trarre la giusta lezione dall'esperienza vissuta, vanificando con il loro smisurato orgoglio, ogni possibilità di trarne prezioso insegnamento. L’età ci ha portato la certezza che niente ormai si possa "chiarire", perché in questa sfortunata penisola, semplicemente non esiste la verità, poiché ognuno ne ha una personale visione ed insistentemente essi contrappongono alla naturale logica la più spiccia eristica.

Ora, com'è possibile instaurare una qualunque forma di civile confronto con costoro che continuamente pontificano sugl'altrui errori, ammesso lo siano, sempre con abbondante arroganza, ma che in neanche un'occasione, nemmeno dinanzi a situazioni di facile comprendonio ed elementare interpretazione, si fanno carico delle proprie responsabilità e dei propri eventuali fallimenti?! In realtà, siamo convinti che ciò accada perché nessuno ama la verità ed anzi, per essa non v'è minima parvenza di affetto o interesse. Questo, ci impone per etica intellettuale di non dare appiglio a certi uomini malvagi che, sedendo fra molte insidie, attendono impazientemente nuovi scritti di cui far scempio, manipolandone abilmente i contenuti a piacimento tentando di saettare al cuore chi smaschera le loro trame e mette a nudo i loro errori, contrapponendo alle verità fondate sui fatti le loro scialbe menzogne; infatti nessuno ignora che costoro non perdono occasione per ribattere essendo senz'altro abili nel cospargere i propri scritti di una certa e ricercata nitidezza, scorrevolezza di discorso e soprattutto di civetteria, in modo che quanto più facilmente le loro bugie, puntualmente sostenute dai propri bravi, penetreranno negli animi dei più incauti, tanto più profondamente li potranno irretire col proprio veleno menzognero.

Nostro malgrado, ci siamo già abbondantemente espressi, ma vogliamo ribadire il sunto del Nostro pensiero, e cioè che l'inopinabile eloquenza dei fatti, nel tempo, prevarrà senz'altro sulla moltitudine di vane parole e di scritti poiché spesso poco sinceri, nella totale consapevolezza che l'adulazione procura amici, mentre perseguir alacremente la via del vero e del sommo bene, fomenti e generi l'odio.

Troviamo, di rimando, non solo inutile ma persino deleterio e controproducente un intervento atto a dimostrare (seppur con inoppugnabili prove) la fallacia della politica romana: del resto ciò che è accaduto in questo nostro tempo lo evidenzia in modo particolare e chiaro. Infatti, oggi le "passioni popolari" rifiutano più audacemente che mai qualsiasi autorità di comando, ed è tanta dovunque la licenza, sono tanto frequenti le sedizioni e i tumulti, che coloro i quali rettamente governano i propri confini non solo si vedono spesso negato il tanto agognato rispetto, ma non vedono nemmeno abbastanza tutelata la loro stessa incolumità personale, costantemente esposti a libelli e minacce di qualunque natura.

Ma invero, giunge un momento, nella vita, in cui tacere ed esimersi dal dare risposte diventa una colpa e proferire verbo diventa un obbligo, quasi fosse un dovere, un duello d'etica, un "imperativo" sul quale non possiamo glissare. Indi, imperocchè fummo costretti a vedere questi irriducibili assalirCi con tanta esecrabile perversità e sfrenata audacia, talvolta con calunnie, talvolta con contumelie ma, più generalmente, con i loro scritti dalle quali tutte le corti d'Europa sono quasi sommerse, nei quali propongono la loro personale visione di verità, non mancando di sottolineare ch'essi sono da considerarsi oppressi e non oppressori, vittime della bramosia di potere - proferì con tono grave, incrociando freddamente lo sguardo di Matteo Lubiani - e non miseri usurpatori, indi, in questo così critico ed acre momento, torniamo a rompere l'atavico silenzio affinché le genti non siano circuite né dalla nequizia né dall’astuzia di uomini che li insidiano per indurli all’errore, ma soprattutto per terminare questa diatriba troppo a lungo protrattasi.


Lasciò che l'eco delle sue parole svenisse nell'aere, indi ruppe nuovamente il silenzio:

Essendo chiamati a narrare la nostra verità, ci accingiamo a lasciare con questo intervento, testimonianza degli eventi a cui assistemmo, garantendo di non mistificarne nè alterarne in alcun modo la natura. Riporteremo la cronologia dei fatti così come a noi si sono presentati, poiché per etica, contrastiamo e non simuliamo il falso accomunandoci al bugiardo.

Ora, da quali e quante calamitose procelle siano stati miseramente agitati e sconvolti, con sommo dolore del nostro animo, il nostro amato Regno e quasi tutta la Penisola Italica in epoca passata, nessuno certamente lo ignora. Invero, ciò che accadde in altri tempi si ripete anche e soprattutto in questa luttuosa età: ancora una volta, nella vita di molti di noi, venti di guerra soffiano impetuosi, minacciando quella pace che tanto a lungo agognammo.

Tutto ebbe inizio molto tempo fa quando, dopo una sanguinosissima guerra durata un interno anno, alla benignità del fato piacque darci possibilità di gettar le fondamenta di quella provvida alleanza che prese nome di Invictus Italiae. Ci premurammo, come prima cosa, di chiarire che un'alleanza deve esser costituita da elementi con medesimi ideali e non da chi, per comodo o necessità, vi aderisce. Ovviamente, pur avendo ricevuto la piena accondiscendenza in merito a questo fondamentale principio, la bontà dell'operato di taluni non tardò a palesarsi perocché le persone sono come le piante: le piante buone danno frutti buoni mentre quelle cattivi, frutti cattivi.

Fra i molti che erano coinvolti attivamente nella Invictus, si fece largo a grandi falcate tale Palmerino Caracciolo, consanguineo di quello sciagurato pontefice che, fallendo nel tentativo di piegare Urbino mettendole il proprio giogo sulle spalle, tentò di scomunicarla arrivando, accecato dall'odio, a commettere un'infinità di gravissimi ed imperdonabili errori, il quale tentò, in più occasioni, di inzuccherare il nostro orecchio, guadagnandosi la nostra fiducia. Di certo, fra la moltitudine di angustie a cui dovemmo far fronte grazie ai perenni odiatori, questo intentò quasi totalmente gli riuscì: giunto il momento in cui, Galeotto Malatesta, detto l'inetto, manifestò volontà di abbandonare il trono romano che da noi di Urbino, dopo averlo conquistato, gli era stato affidato. Egli, dopo una negligenza che ha del vergognoso, trovò, con pieno tempismo, nuovamente le funzioni della propria lingua, grazie alla quale facocerinamente si ostinò a voler lasciare il trono a sole due persone: Isabella Este o Palmerino Caracciolo. Fummo, per i meriti che Palmerino, per corromperci, collezionò, davvero tentati di caldeggiare la sua ascesa al trono. Imperocché la Este si rifiutò di aderire a tale volontà poiché riconosceva esser esclusivamente nostro e non di altri diritto di nominare un successore per il trono romano, Galeotto preferì, sfidando la nostra autorità, incrinare quell'amicizia grazie alla quale aveva potuto ambire ad un trono ed aveva ricevuto costante protezione, così nominò in maniera fraudolenta, Palmerino proprio successore. Il Caracciolo, valga il vero, nelle private sale della Invictus, forse per infierire maggiormente conoscendo bene il proprio animo e ciò che lo avrebbe spinto a fare o per farci abbassar la guardia, disse apertamente al cospetto di alcuni dei presenti, che non faticheranno a sostenere e confermare quanto detto, disse che non avrebbe MAI accettato il trono senza il nostro benestare. Questo segnò la fine della Invictus: Palmerino usurpò il trono romano venendo meno alla parola data ed alcuni degli odiatori, pur di farci danno, preferirono perire o migrarono altrove. Quanta iniquità! D'altronde, il cuore dell'uomo ingrato assomiglia alle botti delle Danaidi: per quanto bene tu vi possa versare dentro, rimane sempre vuoto.

Caduta la Invictus per mano di una masnada di uomini empi il cui unico scopo era ridurre o almeno, contenere "l'egemonia di Urbino sulla penisola italica", fummo costretti non solo a vedere Roma presa d'assalto da Palmerino "l'usurpatore" Caracciolo, il quale, coadiuvato da elementi il cui nome verrà ricordato tristemente per la bassezza e mai per i meriti collezionati o resi ai propri popoli, venendo meno al proprio verbo  ivi instaurò una nuova setta, ma addirittura vedemmo risorgere e riprodursi gli empi ed astutissimi consigli, che se non del tutto estinti, repressi almeno e raffreddati sembravano, di quegli uomini che, ingannati ed ingannatori, con filosofiche e fallaci dottrine introducendo sette di perdizione e per congiura già da gran tempo ordita, macchinavano, come se le scelleratezze compiute non fossero abbastanza, l'eccidio di questo antichissimo Regno.

Poggiò poi con vigore entrambe le mani sul pesante, pregiato e ligneo tavolo che dominava il centro della sala, fino a far collimare entrambi i palmi con la sua fredda superficie:

Ebbimo all'esordio di questa calamitosa procella, opinione e speranza che, la setta romana e Roma stessa, ammaestrata dall'esperienza dei mali in cui essa in passato versò per avere sciolto il freno all'empietà ed aver ivi innalzato i vessilli della ribellione, si fosse alla fine intimamente convinta che era del massimo interesse per la propria sicurezza e pubblica felicità di ristabilire il naturale ordine delle cose. Da tale speranza, ci trovammo a cogliere nuovamente frutti assai amari: defraudati del trono romano che, da Noi conquistato, a Nostra egemonia et di niuno altro era da considerarsi soggetto, venimmo pure raggiunti da quello che, più che una comunicazione ufficiale parea esser volgare libello; nello stesso venivamo informati della nascita di una nuova alleanza che, con l'unico fine di isolare la scomoda Urbino, dietro il pretesto della creazione di un'alleanza "teologica", dava il colpo di grazia alla Invictus.

Nello stesso, un inedito Roberto di Stabia, fattosi portavoce della nuova alleanza, non mancava di recarci grande onta asserendo, col piglio di chi mente sapendo di mentire, che Urbino avesse tramato alle spalle di Napoli pe' far loro gran danno. Egli forse, in quel momento di poca lucidità, ignorava che, quando unica cosa che possedeva erano gli stracci che indossava, intraprese un lungo viaggio alla volta di questa alma città in cerca di fortuna. Ebbene, piuttosto che cedere alla tentazione di aggiungere a questa corte un uomo che, per intraprendenza, lasciava ben sperare, egli fu tosto esortato a tornare sui propri passi e di far rientro in quella Napoli che, assai più di Urbino, necessitava de' suo zelo. In breve tempo, divenne un fidato del fu Alceste Capoferro e potette, in ultimo, assurgere al trono napoletano.

Illustri ospiti, quale alleanza con il furto?! Quale alleanza con l'ingratitudine e l'inganno?! Con poco stupore apprendemmo che, nelle mani della setta romana, cadde anche il trono ferrarese, al tempo affidato a quel Norberto Gonzaga che, Pretziosa de Bas Serra, una donna di una tal viltà d'animo da superare in bassezza qualunque nota nemesi di questo Regno, caldamente consigliò. Nessuno ignora che la presa di Ferrara fu frutto dell'azione coesa di tutti i Regni che, al tempo, costituivano la Invictus, non di Pretziosa de Bas Serra né di Norberto Gonzaga il quale diede una prova della propria risma non presentandosi nemmeno quando, noi che lanciammo l'attacco, lo designammo come successore ferrarese e poco ci mancò che quanto fatto fosse vanificato. Ecco la virtù dell'usurpatore: ottenere con l'illecito quel che il talento non avrebbe mai potuto concedere. Ma, antichi dèi, dove mai andarono a finire le Nostre speranze?! Quale fu mai l'ultimo frutto di tante nostre indulgenze e liberalità?! Niuno certo, stando ai criteri d’una giusta e sensata estimazione delle cose, saprebbe spiegarsi il motivo d’un odio siffatto.

Ora, per nulla intimoriti da questo torrente d'iniquità che minacciava di esondare travolgendoci, ed anzi, trovando sprono a far meglio di quanto avessimo precedentemente fatto, vedendo e sentendo vivamente nell’animo la necessità di opporCi, quanto fosse possibile, con la Nostra autorità a male sì grande perocché solo a Noi, poiché posti su questo antico osservatorio, era nuovamente demandato il compito di difendere i diritti di Urbino, da colui che, fattosi complice ed esecutore dei consigli degli empi, aveva determinato distruggerla dalle fondamenta, che indossando la pelle dell'agnello, era in realtà lupo rapace, si fingeva buon amico al fine di più facilmente tradirla, di più: opprimerla a man salva. Vi sti i numerosi emissari a cui Roma affidava il compito di infiltrarsi fra i cittadini di Urbino per privarci di preziose risorse delle quali a Roma v'era gran penuria, resi edotti anche di molte private conversazioni nelle quali l'usurpatore, esprimendosi come un volgare ladro degno della più becera delle osterie, perocché non è certo una corona che fornisce la nobiltà et le maniere che ad essa si confanno, dichiarava fittizia l'alleanza con Urbino e, temendo che la Nostra giusta ira, per tutti gli affronti mossi alla Nostra autorità con scelleratezza, culminasse in un attacco per prender quel che Ci era stato da lui sottratto, si apprestava, cercando in ogni dove la complicità degli incauti, ad arginare la potenza di Urbino. Non credo servano altri motivi per chiarire il tanto discusso cambio di relazioni diplomatiche.

Non è sconosciuto a questa corte che, di che irritati i vertici romani e credendo di poter, parte col disprezzo, parte con calunniose menzogne sfuggire o scemare la forza di questo antico Regno, se quanto detto non bastasse a renderli abbondantemente spregevoli e detestabili, spinsero il Caracciolo, ebbro di potere, vivendo ormai nella speranza che scandisce ogni battito del suo cuore di poter, a qualunque costo, sopraffare Urbino e tutti coloro che, con grande coraggio, ad essa nel pensiero e nelle azioni si uniformarono, diede ordine di sequestrare le merci in giacenza presso il mercato romano appartenenti ai cittadini di Urbino e Siena, nel vano auspicio che questo servisse ad indispettirci, provocarci o ad arrecar gravoso danno, apportando un qualsivoglia sconvolgimento forse ignorando che, avessimo voluto ripagarli con medesimo conio, i romani avrebbero avuto sì di che lagrimare avendo loro assai più merci presso i nostri mercati di quanto i mercanti di Siena ed Urbino avessero presso il loro, poi mettendo mano al vecchio sacco di errori, cioè tendendo imboscate e traendo segretamente dalla faretra i dardi intrisi di mortifero veleno per saettarci colpendoci alle spalle, poiché da sempre Palmerino fu più portato per il pugnale che per la spada, pensò bene di adoperarsi in una propaganda calunniosa a scopo diffamatorio a Nostri danni. Quell'abominio, impossessatosi del trono romano, con ripugnante licenza di pensiero, assolutamente pazza, ebbe la sfacciataggine di tentare pure goffamente di accattivarsi l'amicizia di quei potenti Regni che, per fama, è giusto appellare come Nostri antichi alleati, nell'intento, se non di persuaderli a intendere con loro, almeno, di non vedere i loro vessilli schierati contro Roma.

Molti sono i testimoni, dalla lontana Albione alla stella rossa dell'oriente, i quali riportarono in più occasioni le parole argute con le quali egli, fingendosi vittima di queste luttuose circostanze e non artefice, ricopriva la propria nuda perfidia per tentare di trarre in inganno gl’incauti, avendo la scaltrezza ed il costume di travisarne il senso secondo propri intendimenti, tuttavia fu tanta la discordanza delle sue perverse opinioni dal vero, che non se ne può immaginare una maggiore: ci venne riferito infatti che, secondo sua logica, avremmo presto occupato il trono romano che spettava lui per diritto e per volontà del popolo. Quale spudoratezza! Cos'altro serve al mondo noto per rendere questo ladro ancor meno degno di rispetto?!

Infatti, questo uomo scellerato, convertitosi alle fandonie e nemico giurato del vero, per mezzo del pestifero contagio delle missive e della parola, vomita dal proprio petto veleno di aspide a rovina di Urbino e di chiunque con questa antica Corte convenga; infanga le pure sorgenti dell'onore; sradica le fondamenta della virtù. Resosi detestabile nel proprio intento, sedendo fra le insidie, di nascosto lancia dardi con i quali dolosamente colpisce i retti di cuore.

Quindi, illustrissimi, cosa vi è di talmente divino o apprezzabile nelle sue azioni?! Su cosa non ha, coadiuvato dai propri bravi, esercitato bellicosamente la sua lingua, tagliente come spada?! E valga il vero, egli si lanciò sin dall’inizio dal furto del trono con alterigia contro noi e nel giro d’un mese le società di Roma, si propagò con incredibile celerità e traforandosi per via di audacia e d’inganni in tutti gli ordini civili, incominciò ad essere potente in modo da parer quasi padrona dei Regni vicini. Questa nemesi del giusto, suscitando dalle ceneri quelle follie degli empi tante volte demolite, negano l’appartenenza di Roma ad Urbino, pur essendo scritto col sangue quanto ci costà porre fine alla prima setta romana. Alla luce di questo, chi è tanto folle da appoggiare quel mostro che risponde al nome di Palmerino Caracciolo?!

Quanto detto, può esser sostenuto dalla totalità dei popoli di Urbino, Milano e Siena. Noi, a differenza di molti, facciamo realmente parlare i fatti, poiché posseggono maggiore eloquenza. E voi, Matteo Lubiani ora Summus Pontifix, verbo di Teos, volete anche solo tentare di sostenere questo miserissimo usurpatore?! E' forse nelle sue azioni che il verbo di Teos si incarna?!


Oddantonio bevve un sorso di vino per ritemprare la voce e continuò:

Anche se mancassero altri argomenti, quanto riportato persuade a sufficienza che si deve assolutamente diffidare da persone come loro. In pari tempo, se per taluni almeno obbligatorio è il rispetto anche se antipodici sono i nostri pensieri, altri non ne sono degni, come degni non sono, né mai furono, di considerazione.

Ma il tempo delle mezze misure e delle parole è ormai terminato.


Tornò poi a rivolgersi a Matteo Lubiani:

Ci domandaste le condizioni per il mantenimento della pace, questo, è presto detto: l'allontanamento del Caracciolo e relativa setta dalla penisola italica, Re romano deciso da Urbino, suddivisione dei territori che competevano al feudo ferrarese fra i presenti.

Oddantonio, prima di prender nuovamente posto lasciando parola ad altri, aggiunse:

Ammettiamo che l'idea di una penisola unita sotto un unico vessillo e dominata dal culto di Teos, incontra il nostro intendimento.

Le parole del Montefeltro riecheggiarono a lungo nella stanza, finché fu di nuovo il silenzio.

(RIP) Arthr Ritz

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Re: Dieta Reale di Urbino, Luglio 1315: Il Papa incontra i Regnanti Italici
« Reply #26 on: 03 August, 2015, 10:19:26 PM »
Al sentire le parole del Montefeltro, Arthr RITZ, si entusiasmò tanto al punto che finito di ascoltare l'intervento, battè una sol volta le mani tra loro e alzatosi in piedi ,spontaneamente esclamò:

- Questo si che è parlare senza giri di parole...

e  notato il silenzio che si creò subito dopo l'intervento del MONTEFELTRO  e notati gli occhi dei sovrani italici che lo guardarono meravigliati per l'ortodosso comportamento, immediatamente dopo si scusò:

... scusate Altezze reali...scusate.

Poi si volto verso RE DORIA e con un sorriso sulle labbra chinò gli occhi come a voler chiedere scusa per l'audace e forse inopportuno commento.

« Last Edit: 03 August, 2015, 10:21:28 PM by Arthr Ritz »

Christian Doria

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Re: Dieta Reale di Urbino, Luglio 1315: Il Papa incontra i Regnanti Italici
« Reply #27 on: 03 August, 2015, 11:32:06 PM »
Il Re non si scompose minimamente per il comportamento del suo fidato consigliere e vassallo. non lo aveva voluto con lui per i suoi modi eleganti e raffinati ma per il suo intelletto e il suo ingegno oltre che per la sua fedeltà al trono senese.

Aspettò che tutti elaborassero le parole del Re di Urbino e poi prese parola.

"Fratelli italici, ci permettiamo di chiamarvi cosi per la nostra comune appartenenza alla penisola che per tanto troppo tempo è stato teatro di battaglie.
Noi Christian Doria per Gloria di Theos e diritto ereditario Rex Senesi, Sardis et Genuenses dichiariamo la nostra adesione alle parole pronunciate da sua Altezza Re Oddantonio."


Prese fiato e continuò

"La fratellanza tra le popolazioni italiche ha un solo ostacolo e questo ha un nome preciso:Palmerino Caracciolo.
Tale persona è conosciuta anche come l'Usurpatore del trono di Roma!
Per questo motivo dichiariamo la volonta di Siena nel togliere questo ostacolo una volta per tutte per permettere a tutta la penisola di ritornare unita e se sua Santità Emanuele II lo vorrà, sotto lo sguardo e la benedizione di Theos".



Il Re di Siena sperò che finalmente il sommo pontefice avesse capito che la diffusione del verbo di Theos era nelle sue mani. Doveva scegliere se stare con la verità e la fratellanza o se schierarsi ancora con Roma. Aveva davanti a se la possibilità di evangelizzare tutta la penisola e unire la popolazione italica nel credo di Theos e chissà magari in futuro anche riuscire con questa forza a espanderlo in tutta europa e oltre...

Era tutto nelle sue mani, ma era ormai chiaro che in un modo o nell'altro il destino di Roma era segnato.


Matteo Lubiani

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Re: Dieta Reale di Urbino, Luglio 1315: Il Papa incontra i Regnanti Italici
« Reply #28 on: 04 August, 2015, 11:56:50 AM »
Il Papa prese la parola:
Se siamo qui riuniti oggi è stato per mia richiesta. L'intento credevo fosse chiaro, ma a quanto sembra mi sbagliavo. Provo a spiegarvelo adesso: la Pace.
Pace, a dispetto di quello che ingenuamente crediate, non vuol dire re Caracciolo al governo di Roma. Questo è solo quello che vi piace capire, in quanto avete dimostrato nel passato e lo dimostrate tutt'oggi che siete amanti del confronto bellico, e al momento cercate solo una scusa per poter dare sfogo ai vostri più beceri istinti.
Il problema mi sembra ovvio, si tratta semplicemente di potere. Il Duca vuole Roma, Ferrara, e Napoli come suoi regni vassalli. Un giorno chissà, obbligherà il reggente, come fatto per Firenze, a scegliere tra esilio o guerra, per annettersi il resto della penisola.
Voi Duca parlate di onore, di rispetto, di coerenza, ma avete dimenticato il trattato di Arezzo, da voi stesso sottoscritto, che prevedeva da parte di una coalizione e non di Urbino, la scelta entro i 6 dalla sua sottoscrizione del re Romano, lasciando in seguito Roma libera di scegliere il suo destino. Ora voi e i vostri alleati, siete a rinnegare quell'accordo nel solo fine di perseguire il potere.
Se è Caracciolo il problema, sono certo che per amore della pace e del Logos lui possa lasciare il trono. Sul suo successore, consentite l'ingresso a una delegazione Romana per discutere e concordare con i romani un suo successore.
Io stesso mi farò garante degli accordi che andrete a firmare e mi assicurerò che Urbino e i suoi alleati non possano subire più alcun danno ne economico ne politico.
Voi stesso avete detto che rientra nella vostrà disponibilità una Italia unita in nome di Theos, se è così un minimo di fiducia dovete riconosciermelo.
Pet evitare ulteriori incomprensioni:
Vi propongo l'allontanamento del Caracciolo e dei precedenti re inglobati da Roma, esiliati in terre non italiche e concordare con una delegazione Romana e con i sovrani qui riuniti, il successore.


Detto ciò il Pontefice attese la risposta. Da qui si sarebbe capito se il Duca avesse mai pensato alla pace o se nei suoi pensieri esisteva solo la bramosia della guerra.
« Last Edit: 04 August, 2015, 12:02:09 PM by Emanuele II »

(RIP) Isabella Este

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Re: Dieta Reale di Urbino, Luglio 1315: Il Papa incontra i Regnanti Italici
« Reply #29 on: 04 August, 2015, 03:44:41 PM »
Dopo che il Pontefice finì di parlare, Isabella prese ancora la parola.

Santità – esordì portandole la massima forma di rispetto – mi permetto di  obiettare su talune vostre affermazioni che non si conformano affatto né al giusto né al vero.

Se aveste avuto la fortuna di aver conosciuto sin dalla giovinezza il mio Sovrano e lo  aveste frequentato, ora comprendereste dalle sue parole che egli non è al confronto bellico che mira e sapreste che Urbino si è sempre difesa da attacchi o da provocazioni, che altri hanno sferrato ai suoi danni e non il contrario. Quelli che voi definite “beceri istinti” non son altro che l’attestazione di fatti come sono realmente accaduti e che vengono da Egli riferiti ad onore di una verità che tuttavia, comprendo essere scomoda a molti, forse anche a Voi stesso.


Santo Padre – continuò – Urbino dopo l’usurpazione del Trono Romano da parte di Palmerino Caracciolo, rimase persino in status di neutralità con il Regno di Roma, giacché la nostra unica volontà era quella di ignorare una persona che ai nostri occhi appariva indegno persino della nostra attenzione e mai pensammo di muovergli guerra, sicuri che tanto prima o poi  sarebbe stato il destino stesso a fargli pagare caro quanto da lui commesso. Ed infatti  venimmo a sapere che era stato proprio il Caracciolo a divulgar voci di un possibile attacco di Urbino su Roma, giusto per gettar fumo negli occhi di quelli, che egli riteneva scioccamente incauti e che invece conoscendo la condotta del Montefeltro, seppero distinguer la realtà dalle fandonie e dagli inganni.

L’ostilità nacque proprio per l’iniziativa che sia lui che taluni suoi fidati, indirizzarono al Mio Regno per ottener proprio ciò che il Caracciolo cercava, una triste scusante da presentare ai Reggenti del mondo per trascinarli dalla sua parte contro di noi. “Miseria” definirei questo tentativo, altra parola non mi sovviene.
Se Urbino avesse voluto la Guerra Vostra Grazia, si sarebbe presentata a Roma con un esercito pronto a spazzarla via, ve lo posso assicurare e non  Vi avremmo certo dato udienza come avete  chiesto e come invero abbiamo volentieri fatto.

Sgombrato il campo da questo aspetto sul quale spero vogliate ragionare con il senno della lucidità e della razionalità e non da un previo e strumentale indottrinamento sul Mio Signore,  appare dunque chiaro che l’obiettivo del Montefeltro, non è quello di detenere il potere, ma più semplicemente di  riassegnare un ordine costituito, per fatti concreti e non per fandonie, ad una situazione e ad un equilibrio sconvolto da chi ha voluto forse fare un passo più lungo della sua gamba. In sintesi di ristabilire una VERITA’ che vien oggi letta a comodo come brama di potere.  Io credo che l’unico ad avere interesse al potere sia stato il Caracciolo che ha voluto a forza un Trono e un Regno non suo e quindi, guardiamo alla trave Santità e non alla pagliuzza.

Personalmente ritengo che il semplice allontanamento del Caracciolo, assieme agli ex Reggenti Norberto Gonzaga e Roberto di Stabia, dai territori romani, non sia sufficiente a ristabilire una giusta armonia tra Roma e gli altri Regni Italici, poiché il Caracciolo, nella sua azione spregiudicata, si è avvalso di altre figure che lo hanno sostenuto e con esso formato quella “seconda setta Romana” che non può, in nessun caso , non rispondere oggi delle proprie azioni.

In merito al Trattato di Arezzo ho avuto in altre sedi già modo di esplicitare quale siano state le funzioni di quel Trattato e soprattutto l’esito scaturito da una assoluta inadempienza agli articoli ivi riportati, tranne anche in questo caso da Urbino , che onorò immediatamente quanto gli veniva richiesto. Ma di ciò, immagino tornerà a riferire il mio Signore.

In conclusione vorrei aggiungere una nota del tutto particolare riguardante l’ex Re di Firenze, Hugone De’ Pagani, che Voi menzionate, poiché anche in questo caso ponete un accento errato sulla questione.

Re Hugone fu amorevolmente “allevato” da Urbino. Sia io che Oddantonio lo considerammo fratello più che amico ed infatti tra i tanti, fu scelto per governare Firenze a nome del Montefeltro. Ricordo che Firenze non fu donata ad Urbino, essa fu acquistata dall’ Ex Re Himbertus De Garda, che lasciava allora l’Italia, e pagata profumatamente dal mio Sovrano, caso ben diverso di Ferrara e degli altri Regni annessi. Quando ci fu la necessità  ( off possibilità) di riunificare i Regni, come fecero tanti altri appunto, anche Urbino legittimamente volle riunirsi a Firenze. Per una questione di Orgoglio Hugone se ne venne a male, ma ad onor della verità, devo e voglio attestare qui di fronte a Voi che Egli si comportò in maniera ben differente da Galeotto Malatesta che si era trovato  nella sua stessa posizione, rimettendo onestamente il Trono fiorentino nelle mani del Re di Urbino.

Se dunque ritenete che si sia commesso un sopruso verso Hugone De’ Pagani, allora Vostra Santità, lo stesso dovete affermarlo per gli Ex Reggenti di Napoli, Genova, Ferrara e Sardegna , ma ancora una volta puntate tristemente il dito solo verso il Mio Sovrano e non credo sia un caso.


Concluso il suo intervento Isabella fece cenno ai Paggi di riempire i calici degli ospiti. L’aria si stava facendo alquanto pesante...
" Il mio segreto è una memoria che agisce a volte per terribilità"